Corrado si racconta

I ricordi del passato (così frequenti alla mia età) si presentano spesso sotto la forma di immagini quasi flash fotografici. In fondo é intorno ad essi che si sono costruii gli eventi della nostra vita. E questi flash possono riguardare anche i lontani anni dell’infanzia.

Corrdo nel tempo.jpg

Sono nato all’Aquila a palazzo Gigotti, nella tarda mattina di sabato 28 di marzo 1931. In quel momento a casa con mia mamma c’era solo una delle mie zie zitelle che, spaventata non trovò meglio da fare che andare al balcone cercando di attirare l’attenzione delle sorelle che stavano al banco del sottostante negozio di tabaccheria. 1517519_623882424331476_725094052_nFatto sta che quando arrivò l’ostetrica io ero già nato da un pezzo e apparivo alquanto cianotico cosa che non spaventò nessuno anzi mia nonna sopraggiunta fece una delle fin dall’ora solite battute sulla razza paterna. Altri tempi. Nella foto di quell’epoca si vede di scorcio una delle finestre dalla quale si affacciò mia zia urlante. Per la cronaca il palazzo Gigotti dopo pochi mesi fu demolito per allargare il corso.

Amo Aquila, così allora si chiamava la città in cui sono nato nel marzo 1931 e dalla quale sono partito pochi mesi dopo per seguire mio padre nei suoi spostamenti lavorativi prima a Milano e poi a Roma. Non vi sarei più tornato per vivervi stabilmente, tuttavia dai vi sono tornato spesso e fino ai miei trenta anni vi ho trascorso i lunghi mesi estivi. Così la città è stata testimone della mia crescita da ragazzo ad uomo adulto. Ora da anziano mi piace pensare che le mie ceneri riposino accanto ai resti dei miei genitori nella cappella di famiglia. Ma i tempi portano a decidere altrimenti.

01.- Ho tre o quattro anni, sono seduto, forse sul seggiolone ad una lunga tavolata di famiglia che peraltro mi ignora. Forse per questo mi trovo ad un tratto a proferire con voce alta e chiara la parola CULO.bimbo Facce imbarazzate dei presenti mentre io continuo a ripetere in ritmica sequenza CuloCuloCulo…. fino a che in qualche modo vengo messo a tacere, ma ormai l’effetto, forse inconsciamente ricercato di risvegliare l’atmosfera compassata e attirare l’attenzione , si è realizzato. Con ogni probabilità è la prima battuta della mia vita.

02.- Ottobre 1936. Siamo nella Direzione di una prestigiosa scuola milanese (il Gonzaga per l’esattezza) ed io sono in piedi accanto a mio padre ad ascoltare il Direttore che sta parlando.Gonzaga.png Si d’accordo iscriveremo il bambino alla prima elementare nonostante non abbia compiuto i regolamentari sei anni, vorrà dire che nel caso ripeterà la classe. Nel mio viso si legge disappunto se non rabbia. Non ho dovuto ripetere la prima elementare. E il mio impegno nacque il quella occasione.

03.- Più netto dell’immagine dell’ambiente, ricordo il freddo marmo del tavolo del Pronto Soccorso sul quale mi sistemano per infilarmi al volo in bocca una sonda (ne noto il bel colore rosso) e versarvi dentro attraverso un imbuto tanta acqua fino a che per rigurgito l’acqua inizia a tornare su creando un circuito idraulico tra lo stomaco e l’esterno. In questo modo i medici vogliono rimuovere tutto il contenuto del mio stomaco, comprese le pillole medicinali, in uso da mio padre, che sono stato sorpreso in casa a mangiucchiare. Questa la ragione che inducono i genitori a ficcarmi in un auto pubblica e portarmi di corsa in Ospedale.gastrolusiE’ stato il mio primo contatto con una struttura ospedaliera, destinato ad esser seguito da tanti altri sia nel ruolo attivo di medico che in quello ahimé passivo di paziente.

ex29.- Questa immagine è nella mia mente chiara come una fotografia. E’ inverno ed io sono sul marciapiedi di piazza Leonardo da Vinci a Milano con gli occhi fissi nella coltre di nebbia che mi avvolge in attesa di vederne sbucare il faro del tramtram Nebbia-Strada che debbo prendere per andare a scuola. Ho otto anni, da alcuni giorni i genitori mi mandano a scuola da solo, ma io sono tranquillo. So che Il tram arriverà puntuale accogliendomi nella sua luce, il solito bigliettaio staccherà sorridendo il biglietto rosa e dopo poche fermate saremo già a via Vitruvio, la nebbia sarà diradata ed ecco la familiare sagoma del Gonzaga lì ad accogliermi per un’altra giornata di scuola.

05.- Ecco quando tutti i guai ebbero inizio. Avevo dieci anni e tornavo a casa dopo una mattinata passata sulla spiaggia della piccola località marina che ci ospitava in quella estate del giugno 1940. Duce 10 giugno 1940Dalle finestre aperte delle case si diffondeva e rimbombava tra le loro mura, la stentorea voce del duce che dal balcone di piazza Venezia dichiarava guerra a Francia e Inghilterra. Al ritorno, la faccia scura di mio padre mi fece capire che l’Italia e noi italiani ci eravamo messi su di una brutta e drammatica stradaGiornaleDichiarazioneGuerra10giugno.

A chi è curioso dico subito che le note già pubblicate e quelle che (mi spiace per voi) pubblicherò, sono scritte per colmare le mie esigenze e anche le mie giornate. Se potranno poi interessare a qualcuno di voi, ne sarò ben lieto. Scenario di molti dei miei ricordi più vivi è la città dell’Aquila dove mi trovai a soggiornare tra il luglio e il settembre del 1943. Scelta questa dei miei genitori che consideravano prudente tenermi lontano da Roma, già più volte bombardata, con gli Alleati che stavano invadendo l’Italia e con la caduta del Fascismo. Per il caso e per le ragioni d’età ho vissuto alcuni eventi della seconda guerra mondiale, ormai appartenenti alla Storia, che mi hanno coinvolto anche se in modo superficiale e non drammatico.

06.- Un caldo giorno d’estate del 1942 nello spazio antistante il monumento dei Caduti della città dell’Aquila, che obbligatoriamente attraversavo per andare in centro, vedo schierata una banda militare.AQ monumento ai caduti.jpg Mi fermo incuriosito ad ascoltare e, dopo le allore obbligatorie Marcia Reale e Giovinezza, ecco la banda attaccare, con una mia certa emozione, le note della Sagra di Giarabub, i una canzone allora ben nota. Una delle tante che l’EIAR (la RAI di allora) trasmetteva all’epoca all’ora di pranzo, prima del Bollettino di Guerra, in un’apposita trasmissione chiamata appunto Le Canzoni del Tempo di Guerra, trasmissione che a noi ragazzi piaceva. Alcune di queste canzoni acquistarono una certa notorietà come appunto accadde alla Sagra di Giarabub che si ispirava ad un episodio di guerra realmente accaduto. Giarabub Giarabubé una piccola oasi al confine tra Libia ed Egitto che, assediata dalle truppe inglesi, resistette per mesi al loro assedio tanto da ispirare non solo una canzone ma anche un film e tanti scritti. Questo non è il solo dei tanti episodi eroici vissuti dai nostri soldati in Africa.

12.- Il saccheggio della GIL La caduta del fascismo il 26 luglio del 1943 scatenò in tutta Italia la caccia ad ogni sua espressione quali i ritratti del Duce, le scritte ed i simboli come i fasci littori che vennero cancellati e/o sfregiati. 26luglio.jpgTra le più colpite le sedi fasciste e una di queste, la Casa della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) si trovava a pochi passi dalla mia casa. Fuori dei cancelli sbarrati vedemmo raccogliersi un gruppo di persone che col passare dei minuti divenne una vera folla, vociante e violenta che gridava pretendendo di entrare nell’edifico.400x260-ct La sua custodia era affidata ad un portiere guardiano che, minacciato affinchè aprisse i cancelli, dopo alcuni momenti di esitazione, non senza aver primadistintivo gil proferito le fatidiche parole < chi tocca la roba del portiere è un fijio de ‘na mignoxxa >, aprì il cancello dando così libero sfogo alla furia della folla. Io ed i miei compagni fummo trascinati all’interno dell’edificio dove ognuno 835_001cercava di portarsi via telefoni, macchine da scrivere, calcolatrici e tutto l’asportabile. A noi non interessava partecipare alla razzia e tanto per sfogare il nostro istinto vandalico (si, ce l’avevamo) sfondammo qualche porta e mandammo in pezzi alcune vetrate. In procinto di lasciare l’edificio, ci ritrovammo in una stanza dove sugli scaffali erano allineate decine di scatoloni contenenti distintivi e medaglie, tutta la paccottiglia che ornava le divise della Gioventù Littoria, dai figli della lupa ai balilla e agli avanguardisti. Prima di lasciare l’edificio non trovammo di meglio che riempircene le tasche. Chi lo sa dove andarono a finire quelli che che oggi sono considerati cimeli ricercati.

07.- L’otto settembre 1943. In giro per la città mi imbatto in un drappello di soldati italiani che marcia al comando di un giovane tenente. Ad un tratto ecco che dal gruppo si staccano alcuni militari che fuggono in diverse direzioni invano richiamati dall’ufficiale che dopo aver più volte intimato loro l’alt, comanda ai soldati restanti di aprire il fuoco sui fuggitivi. I pochi colpi sono sparati verso il cielo. Erano i giorni successivi all’otto settembre del 1943 badoglio.jpge dopo l’armistizio che, all’insaputa dei tedeschi, avevamo firmato con gli Alleati, con questo e con episodi simili l’esercito italiano privo di comandi si stava dissolvendo. Quella voluta da Mussolini fu una guerra sciagurata che si era conclusa ahimè solo formalmente.

04.- Il comando tedesco nella casa di viale Collemaggio. Una sera del tardo settembre 1943. Al suono del campanello corro ad aprire la porta della nostra casa dell’Aquila dove sono stato sfollato dai miei genitori dopo i primi bombardamenti degli alleati su Roma. Penso di trovarmi di fronte un qualche parente in visita, ma rimango congelato dalla sorpresa. Davanti a me si staglia la figura di una SS completa di divisa nera, copricapo a bustina, 2000px-Flag_Schutzstaffel_svg.pngesse metalliche sul bavero e zainetto a spalla sul quale si adagia il mitra d’ordinanza. Mi riprendo ed alzo la mano per indicare al militare l’uscio dell’appartamento di fronte, quello che, sgomberato dai tedeschi dalla mattina alla sera, ospita da alcuni giorni un loro comando logistico. E pensare che ho lasciato Roma per esser più al sicuro. Finita la guerra sapremo che i partigiano hanno più volte segnalato la nostra casa come obbiettivo delle incursioni aeree.

08.- A fine settembre 1943 tornai a Roma dall’Aquila in un modo originale e a suo modo spettacolare. Non so per quali scelte di mio padre, ignaro o mal consigliato, mi trovai a viaggiare su di un camion telonato non militare (con conducente italiano) carico di banconote che, stampate in quel periodo nelle officine della zecca dell’Aquila, venivano inviate a Roma per finanziare le necessità dell’esercito tedesco. Il camion aveva per scorta un unico soldato, un bonario austriaco di mezza età in apparenza disarmato. Io viaggiai seduto sul piccolo tesoro dei sacchi di iuta delle banconote, etichettati dalle vistosa sigla in nero costituita delle lettere saccoBI intrecciate. Lungo la strada ci dovemmo fermare in un tratto ombroso per nasconderci agli sguardi di un ricognitore alleato, questi avevano la pessima abitudine di abbassarsi per mitragliare qualsiasi cosa di sospetto specie se in movimento. Mi ricordo che il camion si fermò banconotea piazza Esedra ed io scesi per riabbracciare dopo mesi mio padre. Affrontai il trasferimento tra le due città in modalità diverse. All’andata con la vettura di un anziano zio, un tempo una bella macchina ma ora solo un malandato veicolo il cui uso era compromesso da pneumatici vecchie logori e più volte rappezzati. Questi facilmente si bucavano ed il viaggio fu costellato dal numerose fermate per montare le ruote di scorta che per prudenza erano ben più d’una. Anche io ragazzino dodicenne fui invitato senza complimenti a dare una mano.

23.- Una precoce lezione di vita.  F. era uno dei nostri compagni di classe al ginnasio, un ragazzino dall’aria tranquilla e modesta, ma bravo a scuola. Quell’anno F. si assentò per un lungo periodo e quando tornò appariva pallido e dimagrito.. Rimase in classe solo pochi giorni per poi assentarsi definitivamente. Ci eravamo quasi scordati di lui quando arrivò la notizia della sua morte assieme all’invito di assistere ai funerali. Andammo tutti e fummo accolti dai genitori che commossi ci vollero salutare ed abbracciare uno per uno10612719_10206026108760906_7924809913341482723_n. Fu una cerimonia coinvolgente (molti di noi se non tutti vedevamo la morte da vicino per la prima volta) ed uscimmo dalla chiesa frastornati. Eravamo a metà mattina e non se ne parlò nemmeno di tornare a scuola, piuttosto la bellissima giornata piena di sole invitava a restare all’aperto e la proposta di uno di noi di andare alla non lontana Villa Borghese fu accolta con entusiasmo. Piano piano l’aria e il sole ci ricordarono che noi eravamo ancora giovani e vivi. Quando ci imbattemmo in un allegro signore che invitava i passanti al gioco degli anelli 12745864_10206035391752975_7535773903348887583_nche consisteva nel lanciare un anello di legno ad infilarsi su uno dei premi disposti su di un tavolo, bamboline di pezza, un pesce rosso nella busta di plastica piena d’acqua, improbabili orologi da polso, ma soprattutto fiaschi e bottiglie di vino che per la loro forma costituivano un relativamente facile bersaglio. Dopo alcune prove uno di noi infilò coll’anello il collo di un fiasco che ci fu sollecitamente consegnato, forse con una certa leggerezza, considerata la nostra età. Ci ritrovammo quindi a spasso per la villa con un fiasco tra le mani e ci sembrò ovvio aprirlo e passandocelo di mano in mano assaggiarne il contenuto. Come è facile immaginare, dopo poco eravamo se non brilli, molto, troppo allegri.(segue)
23bis.- (segue) Eravamo nei pressi del laghetto e ci fu chi propose di noleggiare una barca (come allora si poteva fare) per un giretto sul lago. Dopo poco navigavamo tutti eccitati per gli effetti del vino, un gruppetto di ragazzi che, fiasco alla mano straparlavano e scherzavano tra loro e con i passanti sulla riva. 12715638_10206035393433017_6013926416241049097_nNon ricordo con quale umore tornammo a casa, ma il giorno dopo a scuola ci aspettava una brutta sorpresa. L’insegante, venuto a conoscenza della nostra prodezza, ci rifilò una dura reprimenda avendo in ciò gioco facile tanto era il contrasto tra la cerimonia funebre e il nostro successivo comportamento. Al nostro professore non sfiorò la mente il pensiero che i due eventi fossero in qualche modo collegati, avevamo cercato di reagire in modo improprio, seppur comprensibile al trauma della cerimonia nella quale eravamo stati coinvolti. Dopo quel giorno di F. non se ne parlo più, ma il suo ricordo è rimasto vivo nella mia mente a distanza di anni. Fu per me una delle prime lezioni ricevute dalla vita.

15.- La cesta delle sorprese.  Tra gli anni 40 e 50 , i miei genitori mi spedivano a passare i mesi estivi all’Aquila ospite delle mie zie, le anziane signorine Colagrande che da anni gestivano la locale tabaccheria a capo piazza. Facevo una vita tranquilla, forse troppo tranquilla per un giovanotto esuberante e irrequieto di una quindicina anni, decisi quindi di introdurre alcuni diversivi nella routine domestica per rendere più vivaci le mie giornata e (speravo) quelle delle zie. La zia P., la sorella addetta alle faccende domestiche, durante le pulizie del mattino, era solita riporre la biancheria sporca in una voluminosa cesta di vimini che troneggiava nel corridoio di casa. Non resistetti alla tentazione. Ad un’opportuna ora del mattino, mi calai furtivamente nella cesta e lì acquattato aspettai che la zia, con gesto per lei abituale,cesto e pupazzo.jpg ne sollevasse il coperchio per vedermi saltarne fuori a mo’ di pupazzo a molla. L’effetto superò ogni mia aspettativa. Con un urlo soffocato la zia raggiunse barcollando il letto più vicino per cadervi sopra mormorando frasi sconnesse. Tra queste riuscii a riconoscere un   “mi si sono aperte le reni”, più volte ripetuto, immagine metaforica che la zia aveva forse lì per lì creato. Da allora zia P. aprì con estrema cautelaza la cesta, temendo di vederne saltar fuori quello sconsiderato di suo nipote Corrado.

09.- Ormai é buio. Alzo lo sguardo dal libro di storia sul quale tento invano di concentrarmi e. come pensavo, vedo che la finestra del palazzo di fronte é ancora illuminata. Lo so bene, B. é ancora sveglia, probabilmente anche lei china su qualche testo di studio. Ragazzino poco più che decenne da qualche tempo senza accorgermene mi sono abituato a seguire mentalmente, momento per momento le giornate della mia dirimpettaia, una ragazza della mia età, due occhi grandi e chiari in un viso gentile, coronato da una grossa treccia. Non mi domando perché la ragazza con le trecce, che vedo spesso affacciata alla sua finestra, mi interessi tanto nonostante la nostra conoscenza sia del tutto superficiale come possa essere quella tra due dirimpettai. In pratica peraltro, le mie giornate passano più leggere, acquistano significato e motivazione perché c’è lei a vivere a pochi metri da me. Il pensiero di B.finestra illuminata é inoltre un porto tranquillo dove gli acerbi impulsi adolescenziali si stemperano in una serena tranquillità. Intuisco anche se oscuramente che i miei sentimenti per lei hanno a che fare con tutto quello che porta un uomo e una donna a cercarsi e a volersi bene e che chiamiamo Amore.Non ricordo per quanti anni B. abbia fatto parte dei miei pensieri quotidiani, lei alla sua finestra ed io al balcone del mio studio senza nemmeno scambiarci un cenno di saluto. B. però non è mai uscita completamente dai miei pensieri e in definitiva, senza che me ne rendessi pienamente conto, ha rivestito un ruolo di rilievo nella mia vita guidando i miei primi passi di adolescente sulla strada dei sentimenti. Per questo le sono grato.

10.- Continua la guerra di Corrado e dei suoi amici che mio padre affettuosamente chiamava “i tuoi compagni di strada”.  Una volte passato il fronte di guerra con Roma appena liberata, non era raro il ritrovamento nei dintorni della città, di residuati bellici, tanto più se si andava a cercarli come noi ragazzi incoscienti di allora facevamo. Si trattava soprattutto di munizioni non solo per fucili, ma anche per mortai e bazooka. Non mancavano le bombe a mano, sia quelle tedesche dall’inconfondibile manico sia quelle a pigna o barattolo.SCRM Un bel giorno di fine giugno del 1944 uno del nostro gruppo di amici arriva con aria circospetta per poi tirar fuori da sotto la camicia proprio una di queste bombe (identica quella mostrata nella foto). Tutti volevamo provare l’emozione di vederla da vicino, meglio ancora di tenerla un attimo nella propria mano. L’ordigno passò così di mano in mano fino a che uno di noi, afferrandolo in modo maldestro provocò il distacco della gabbietta metallica che l’avvolgeva che trascinò via con se la linguetta della sicura. La bomba ora disinnescata tornò cautamente nelle mani del proprietario e tutti noi ci producemmo in una precipitosa fuga. Io avevo percorso una decina di metri quando una violenta deflagrazione rimbombò alle mie spalle investite dallo spostamento d’aria. Tornai indietro per trovare il nostro amico semisvenuto, ma sostanzialmente illeso che veniva soccorso da alcuni passanti. Fortunatamente per lui (e per noi) si trattava di una bomba a mano da esercitazione . Come si dice a Roma, Santa Pupa ci aveva assistito.

11.- Un incidente di macchina al Pincio. Anche questa volta ci andò bene.Il rombo di un’auto lanciata in corsa, uno stridio di freni e lo schianto finale. Una sequenza di rumori ahimè nota. La macchina è una Fiat 1400, il nuovo modello della Fiatfiat 1400 est e int appena uscito e al suo interno eravamo in sei, tre dietro e tre davanti come permetteva il largo sedile unico anteriore associato al cambio al volante. Eravamo usciti dal cinema esaltati dalla visione di un film che narrava le gesta di Clark Gable, abile ed audace pilota, abituale vincitore di Gran Premi automobilistici.. “Mike Brannan affronta l’ultima curva” diceva lo speaker del film e così ripetevamo noi. La frase echeggiò nell’abitacolo dell’auto (sottratta da C. dal garage paterno per rivivere assieme a noi le emozioni del film appena visto) pochi secondi prima di schiantarsi su di un albero alla curva ad U con cui finiva la strada che conduceva alla terrazza del Pincio. Io era sul sedile anteriore e finii contro lo specchietto retrovisore che si ruppe ferendomi alla fronte che cominciò sanguinare abbondantemente. Ci fu un vigliacco fuggi fuggi dei miei compagni, auto contro un alberopraticamente illesi, e il solo M. mi rimase vicino per accompagnarmi al Pronto Soccorso del San Giacomo dove un vecchio infermiere dall’aria annoiata mi suturò alla meglio la ferita. La mattina dopo presentarsi a mio padre con la testa fasciata fu un problema.

 

2.- Una brutta avventura. Quella volta che dovetti chiamare AIUTO. Sera di dicembre 1990 a Chieti, la neve viene giù sempre più fitta mentre io lasciato l’ospedale arranco sulla strada verso casa. Da bravo pendolare il giorno dopo sarei dovuto tornare a Roma e mi innervosisce pensare di trovare la neve in autostrada. Un attimo, il piede sinistro scivola sul bordo di un marciapiede arrotondato dall’usura ed io mi ritrovo a terra dolorante, la gamba sinistra che ciondola inerte. E’ buio, la strada deserta ed ci metto poco a capire che l’unica risorsa che ho per non rimanere lì assiderato é quella scontata e tradizionale cioè cercare di attrarre l’attenzione di qualcuno chiamando aiuto. E cosi faccio più volte riprendendo fiato da un’invocazione e l’altra. Non so quanto tempo passò prima che dal buio uscisse una figura umana. Il proprietario di un negozietto lì vicino mentre chiudeva le serrande   aveva udito il mio richiamo. L’ospedale era a poche centinaia di metri e forse per questo nessuno si preoccupò di chiamare un’ambulanza. Fu una donnetta minuta che al lento avvicinarsi sotto la neve di una macchina si gettò in mezzo alla strada per fermarla. Era un veicolo militare sul quale fui caricato e portato al Pronto Soccorso dove una radiografia eseguita al volo dimostrò la prevedibile frattura del collo del femore sinistro.(segue)

22.- (segue) Faccio un salto nel tempo di una quindicina di anni in avanti e siamo nell’aprile del 2015 quando questa volta nel più banale dei modi scivolo nel bagno di casa rompendomi il femore dell’altro lato, il destro. Dopo meno di quarantotto ore (grazie per sempre Emilio) ho un’anca nuova e posso mettere di nuovo i piedi a terra Dopo pochi giorni eccomi a casa e dopo un mese o due la frattura é solo un antipatico ricordo.
(segue)
Ben diversamente erano andate le cose in quel lontano dicembre del 1990. Mentre ero ancora sul lettino radiologico del PS di Chieti decisi che di volermi curare a Roma al Policlinico Gemelli che fino a poco tempo prima era stato il mio luogo di lavoro. E così dopo una notte infame li arrivai a bordo di un’ambulanza avendo accanto il mio collega ed amico LB. A lui debbo molto dato che informato del mio incidente mi raggiunse in ospedale, la notte mi rimase accanto e viaggiò con me in ambulanza, Al Gemelli si discusse sul come agire c’era chi proponeva la protesi d’anca che allora stava entrando di comune impiego o chi invece suggeriva di ridurre la frattura e fermarla con alcune viti metalliche come fu fatto con successo, anche se ciò comporto lo stare a letto per un lungo periodo nell’attesa che si formasse un valido callo osseo. I mesi del letto furono tre ed io mi rimisi in piedi e mossi di nuovo qualche passo con difficoltà e sofferenza. Mi furono di grande aiuto < Lavinio, durante l’estate, le passeggiate in riva al mare e i bagni nella piscina di mio cugino.

14.- Dal 1987, dopo 23 anni di Gemelli, son chiamato dall’Università di Chieti a ricoprire il ruolo di professore ordinario. Non volendo abbandonare del tutto la famiglia, divento un pendolare. La linea ferroviaria è rimasta quella di 50 anni fa, quindi si va in auto sulla A25, un autostrada di montagna che tocca i mille metri e sulla quale d’inverno spesso nevica. Nei brutti giorni d’inverno, prima di mettersi in viaggio è prudente informarsi sulle condizioni del tempo in autostrada e così faccio io quel giovedì mattina di dicembre. Nonostante tali previsioni non fossero del tutto tranquillizzanti, decido lo stesso di partire, fiducioso nelle mie gomme termiche e nelle catene da neve appena comprate e riposte nel bagagliaio. Dopo pochi chilometri ecco la neve che mi rallenta, ma permette ancora di proseguire anche se lentamente. All’altezza di Pratola Peligna in pochi minuti la nevicata si trasforma in una tormenta di neve che viene giù a raffiche . Impossibile proseguire ed inutile il tentativo di montare le catene. Mi accorgo di esser stato imprudente e di trovami ora in serie difficoltà con la prospettiva di rimanere ore in macchina in attesa di un improbabile miglioramento del tempo o dei soccorsi. Nel, frattempo . . .(segue)
Segue il 14.-.. . . poche macchine con catene continuano a procedere ma con gran difficoltà, tra queste ne noto una di media cilindrata con il solo guidatore a bordo che sembra procedere con più sicurezza delle altre . La mia decisione è fulminea. Porto la macchina fuori strada sulla corsia di emergenza a sfiorare il guard rail ed eccomi fuori nella tempesta. Mi faccio sotto alla vettura appena individuata, in quel momento quasi ferma, apro lo sportello e mi siedo accanto allo sbalordito conducente annunziando che da quel momento mi consideravo suo ospite. Non c’è tempo per spiegazioni dato che la Polizia Stradale chiude al transito l’autostrada obbbligando noi e le altre poche macchine ad invertire la marcia, attraverso uno dei passaggi del guard rail e a dirigersi di nuovo verso Chieti. Mentre ci avviamo con sempre più facilità sulla via del ritorno, troviamo modo di presentarci e di spiegarci. Il caso vuole che mi trovi in compagnia di un ufficiale giudiziario che si dirigeva ad operare non so quale sequestro in uno dei paesi vicini. Mi rendo conto che ora è lui a essere in difficoltà dato che deve affrontare una notte fuori casa e in tasca non deve avere più di quattro spiccioli.Mi  viene un’idea e . . .(segue ancora)
Ultima parte del 14.-. . . . e mi rendo conto che debbo ricambiare la sua ospitalità. Una volta a Chieti lo porto a casa mia dove ci riposiamo un momento per poi passare il pomeriggio al cinema (davano Danko un film con Schvarzenegger nella parte di un poliziotto sovietico). Usciti dal cinema porto quello che è ormai un mio amico al buon ristorante Venturini (allora il migliore di Chieti) dove ci gustiamo il suo ottimo risotto mantecato. Poi a casa dove possiamo finalmente coricarci ognuno nel suo comodo lettino dato che la mia stanza ne ospita due. Intanto il programma per il giorno dopo si è definito. La mattina troviamo l’autostrada di nuovo aperta dato che nella notte gli spazzaneve hanno fatto il loro dovere. Mi domando che ne é della mia macchina e presto la scopriamo sul bordo della strada lì dove l’avevo abbandonata, ricoperta da un cumulo di neve scaricatele addosso dal passaggio degli spazzaneve. L’iniziativa è tornata nella mani dell’ufficiale giudiziario. Andiamo a casa sua ad Avezzano dove la moglie debitamente avvertita ci offre un pranzetto del quale ricordo gli ottimi ravioli al sugo. Poi, muniti di pale torniamo in autostrada a liberare dalla neve, non senza fatica, la mia macchina. Così avviene e sono le quattro del pomeriggio quando risalito in macchina e avviato con facilità il motore della mia Alfa 90, mi ridirigo finalamente verso Roma dove i miei famigliari sono ansiosi di conoscere i particolari della mia disavventura. Arrivati questi a conoscenza dei colleghi passeranno di bocca in boccai, suscitando sorrisetti e qualche commento salace. E pensare che io ero convinto di essermi comportato da eroe.

13.- Amore amor 1. L’estate 1949 a Siusi.  Lo so, da questo pezzo emana un vago sentore di romanzo rosa. Ma corro volentieri il   rischio.  Luglio 1949. E’ l’estate che segue la mia licenza liceale e sono consapevole di avere tutta la vita davanti a me da vivere. Mi trovo in un piccolo centro vacanziero altoatesino, la luna illumina le montagne dello Sciliar e rischiara la piazzetta del paese dove la banda locale sta suonando una marcetta. L., occhi orientali allungati che si fanno a fessura quando vogliono sedurre, mani da ragno dalle dita lunghe e sottili, mi si fa vicina fino a stringersi a me, i nostri visi si toccano come infine fanno le labbra che si aprono nel primo vero bacio d’amore della mia vita, nulla di simile ai pochi precedenti, fuggevoli e dati senza convinzione. Certo ne seguiranno altri, in altre occasioni e più impegnative, ma il ricordo di quel primo bacio dato e ricevuto in una luminosa notte d’estate è un bel ricordo rimasto impresso nella mia mente fino ad oggi.

13bis.- Amore, amor 2. L’iniziazione. Questo è un brano verità che io non troverei giusto nascondere. Ha poi il pregio di bilanciare e completare il precedente.  Settembre 1949. I tre giovanotti si guardano attorno circospetti come per il timore di esser visti per infilarsi rapidi nel portoncino di una palazzina dall’aria anonima e imboccare poi la stretta scala a chiocciola che li conduce in un locale modesto e disadorno. L’unico arredamento è costituito da numerose seggiole e poltroncine, lì alcune sedute, altre in piedi ci appaiono le ospiti della casa. Siamo all’Aquila in via della Mezza Luna nell’edificio che ospita la casa di tolleranza cittadina. Spinti dalla curiosità e dall’ istinto   giovanile eccoci qui alla ricerca di una possibile iniziazione amorosa allora non facilmente ottenibile in altri modi. Mi guardo attorno spaesato fino a che la mia attenzione è attratta da una ragazza dall’aria non aggressiva che siede in disparte intenta alle parole crociate della Settimana Enigmistica. Forse anche per questo mi ispira fiducia. Ho deciso.   “se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano e ti sembra di andar lontano, lei ti guarda con un sorriso, non credevi che il paradiso fosse solo lì al primo piano”. De André aveva ragione.

24.- C”è cane e cane. ..Nel gruppo di amici del quartiere solo B. possedeva cani, una coppia di atletici boxer dal pelo fulvo, Tarta e Suska, tenuti rigorosamente al guinzaglio e con la museruola pur se parevano del tutto tranquilli, quasi estranei a quanto li circondava. Tanto per sfottere B. avevamo preso l’abitudine di dirgli che i suoi cani aldilà del loro aspetto minaccioso erano innocui cani da salotto. Quanto cii sbagliavamo. Un giorno mentre in fondo alla via passava un gatto (allora in città si aggiravano parecchi gatti randagi) esagerammo con gli sfottò. Fu allora che B, spazientito si chinò su uno dei cani, gli tolse la museruola, lo liberò dal guinzaglio e gli impartì un secco comando. Il boxer parti a razzo, raggiunse in un lampo il gatto azzannandolo e qui trascuro i particolari. Ci rimanemmo male, animati da sentimenti contrastanti difficili a descrivere dopo tanto tempo, ma non ispirati in prevalenza allo sdegno. Erano altri tempi.

27.- Racconto birichino.- Quanto tempo e quanto impegno ci volevano per spegnere in qualche modo i nostri giovanili ardori. Mi rivedo con Antonietta in un palchetto del cinema teatro Adriano trasformato in un accogliente separé. Come scordare il suo vestito che, in apparenza chiuso e severo era dotato di una lunga chiusura lampo posteriore che una volta aperta lo faceva scivolar via in un lampo non lasciando nulla all’immaginazione né ostacoli a intraprese per così dire manuali. Fu grazie alla stessa Antonietta che ebbi il piacere (chiamiamolo così) di godermi al cinema Cola di Rienzo uno delle prime esibizioni canore pubbliche di un Claudio Villa allora alle prime armi con una Luna Rossa lunga almeno dieci minuti. Tra le auto alcova largamente in testa c’era la cinquecento che alimentava vere e proprie discussioni sulle strategie posturali più idonee alla bisogna. Da queste emergeva ogni volta l’ostacolo da tutti ritenuto il più arduo e cioè la leva del cambio. Ma i cinema e l’auto non erano le uniche soluzioni per chi come noi voleva stare appartato. Ad esempio, una gita domenicale, magari ai Castelli, per mangiare in una delle tante accoglienti trattorie si poteva concludere con una più o meno breve visita ad una delle camere da letto dei piani superiori benevolmente concessa da un oste ammiccante. Non erano assenti incidenti di percorso quando, ad esempio, in cerca di un estrema comodità accettavamo l’ospitalità di qualche coraggiosa amica che quando la casa era libera ci concedeva ospitalità a rischio di rimanervi intrappolati e scoperti in caso di un rientro inatteso e anticipato dei genitori (esperienza personale).

28-I.- Il viaggio in treno a Firenze. Al liceo avevamo un professore di Storia dell’Arte davvero bravo che riuscì a spiegarci almeno a grandi linee come riconoscere e apprezzare un’opera d’arte. Questo ci entusiasmò davvero e nelle vacanze pasquali del 1948 assieme a due compagni di classe, Alberto e Marcello, decidemmo di andare a Firenze che da quanto avevamo appreso ci appariva come un vero scrigno d’arte. Era la prima volta che uscivo fuori di casa non accodato alla famiglia e per me fu tutta un’esperienza. Viaggiammo in treno dato che allora per gli spostamenti lunghi si usava poco l’auto. Eravamo nel dopoguerra e il viaggio durò alcune ore durante le quali fraternizzammo con i compagni di scompartimento. Tra questi un’anziana ansiosa signora che doveva scendere ad Arezzo e che ci pregava di avvertirla in tempo. Era buio, il treno si fermava a tutte le stazioni e noi, orario ferroviario alla mano ne seguivamo l’avvicendarsi. Alla stazione di Terontola avvertimmo la signora di prepararsi a scendere dato che la prossima stazione sarebbe stata Arezzo. Il treno lasciò Terontola e quando si fermò di nuovo noi, come da orario, ritenemmo di essere ad Arezzo e quindi aiutammo la signora, quasi sospingendola, a scendere. Il treno riparti per fermarsi di nuovo poco dopo mentre la voce dell’altoparlante annunciava “stazione di Arezzo!”. Chi lo sa dove avevamo scaricato la povera signora. Lungi dal dolercene ci facemmo sopra quattro risate.(segue)
28-II.- A Firenze già dalla mattina del primo giorno iniziammo a battere strade e piazze per vedere di persona i palazzi e le Chiese che conoscevamo dai libri e dalle loro illustrazioni. La curiosità ci spinse presto alla Galleria degli Uffizi dove sostammo più o meno estatici e per parecchi minuti davanti ai dipinti del Botticelli, la Nascita di Venere e la Primavera. La tappa obbligatoria successiva furono le Cappelle Medicee a San Lorenzo con le mitiche sculture di Michelangelo che –come diceva il nostro professore- esprimeva la sua arte per volumi come Botticelli la esprimeva invece per linee. Quasi subito non so se per l’eccitazione di quanto vedevamo, tra noi cominciarono i contrasti su la scelta dei luoghi da visitare, quando e dove mangiare e così via. Iniziammo a criticarci l’un l’altro. Io fui preso in giro per il mio acquisto di una ceramica di una Madonnina tipo Luca della Robbia che fu definita dai miei amici “il coccio”. Ci fu una accesa dibattito davanti al Tondo Doni di Michelangelo perché uno di noi sosteneva che la cornice era più bella del quadro. La fine del viaggio ed il ritorno a Roma furono quasi una liberazione. Allora non sapevamo che quei pochi giorni trascorsi assieme erano stati la nostra prima esperienza di socializzazione extra-scolastica.

34.- Amarcord radiologico. Come è iniziata la mia carriera universitaria (per caso). Un pomeriggio di novembre dell’anno 1956, quasi dottore in Medicina, superati tutti gli esami e a pochi giorni dalla laurea, passeggio nervosamente nel salotto di una casa del quartiere romano Trieste. Un amico comune mi ha combinato un incontro con un giovane e – dicono – brillante docente di radiologia, giunto da poco a Roma dall’università di Pisa. Si mormora sia in cerca di giovani assistenti. Intanto non ho le idee chiare sul mio futuro di medico. Ho affrontato studio ed esami universitari come una sorta di prolungamento della scuola, spostando di continuo in avanti più o meno consapevolmente il momento delle scelte definitive. Non potevo immaginare quel lontano pomeriggio che di lì a poco avrei incontrato chi avrebbe risolto il problema iniziandomi alla carriera universitaria in un settore della medicina al quale in quel momento non pensavo proprio, quello radiologico. Il professore – è il primo che conosco personalmente da vicino – mi squadra brevemente, mi rivolge poche domande e mi dà appuntamento a dopo la laurea, ai primi di dicembre, presso l’Istituto di Patologia Speciale Medica del Policlinico Umberto I. Non so o non mi rendo conto di esser stato scelto, forse tra molti.

30.- E’ il 13 aprile del 1959 ed io sono solo ai piedi dell’altare lo sguardo rivolto all’ingresso della chiesa quando, preannunciata dal fitto brusio proveniente dalla folla di invitati e dalle note della marcia nuziale (quella di Wagner), ecco comparire sulla soglia la figura (radiosa) di Maria Grazia al braccio del padre. Per me, come penso per altri, questo fu il momento più commovente della cerimonia del nostro matrimonio. Mentre ci inginocchiavamo ai piedi dell’altare ci rendemmo conto di essere ormai diventati protagonisti-attori, certo commossi e consapevoli, di una cerimonia dai tempi prestabiliti da recitare di fronte a un folto pubblico. Ho pensato non ci fossero alternative al matrimonio spettacolo fino a un giorno del settembre 1994 quando a Siusi in una chiesetta in mezzo ai prati, si sposò mia figlia ed io la accompagnai a piedi attraverso i campi verso una cerimonia celebrata da un curato di campagna davanti a pochi parenti stretti.
Considerazioni sule mie nozze :
Quanto sarebbe bello parlare del mio matrimonio celebrato lunedì 13 aprile dell’anno 1959. Pensavo sarebbe stato bello e facile. Ho vissuto la cerimonia con piena consapevolezza e partecipazione anche se a tratti mi pareva di agire in una sceneggiatura preordinata e preconfezionata. Penso ciò sia di peso in primo luogo dall’elevato numero di partecipanti la maggior parte dei quali a me sconosciuta perché colleghi di lavoro di mio padre e di mio suocero. Tutto infatti era destinato a svolgersi secondo.
il rituale matrimoniale religioso (e tale era nella maggior parte dei casi) della buona borghesia di allora per il quale si dovevano scegliere assieme ingredienti ben noti e definiti, due giovani che avevano deciso di unire le loro vite, una Chiesa storica e artistica da prenotare con largo anticipo, un celebrante (meglio se un alto prelato dalla figura imponente), un maestro fioraio per l’addobbo della chiesa e il bouquet della sposa, uno e più fotografi discreti (oggi introvabili), un luogo (oggi si dice location) per il ricevimento, allora era spesso un grande albergo cittadino e infine un luogo altrettanto se non più importante dove trascorrere la prima notte di nozze allora quasi sempre momento d’inizio dei rapporti di coppia.. Ah scordavo, la scelta dell’abito della sposa e la lista degli invitati anzi due liste quelli solo in chiesa e quelli invitati anche al ricevimento e poi telegramma del Santo Padre che inviava la Sua benedizione (in Vaticano c’era e c’è ancora un ufficio apposito per questa bisogna.

33.- Il nostro viaggio di nozze è stato bello, ma breve : sette giorni (e sette notti) a Firenze. Con nostra iniziale meraviglia, dovunque andassimo eravamo riconosciuti al volo come sposini novelli, diventando quindi bersaglio di qualche ammiccamento, molte premure, più o meno interessate, e soprattutto di sfacciate caccie alla mancia. Alla prima cena in albergo cedemmo alle pressioni del maître che ci offrì di aprire il pasto con un dry Martini che ci portò al top pur stroncandoci le gambe. Il caso ci concesse poi un fuori programma. In preda all’euforia ordinammo un piatto di crepe suzette flambè e con compiacimento vedemmo arrivare al tavolo la piccola processione costituita dal maitre e dai suoi aiutanti . Piazzato il tavolinetto il cameriere a ciò delegato versò il liquore e avvicinò al piatto la fiamma. Ma qualcosa andò storto e tra i nostri sogghigni, non esenti da timore, la fiamma divampò verso l’alto più del dovuto fino ad annerire il soffitto del locale.

32.2.- Nel 1959, dopo un breve viaggio di nozze a Firenze, avemmo l’occasione di soggiornare a Parigi per ben due volte, esplorandola in lungo e in largo e togliendoci tutte le curiosità artistiche e non, queste ultime stimolate dalla maliziosa aria libertina della quale allora era avvolta la città, di certo estranea al nostro paese. Il cabaret più rinomato e fastoso era (e forse lo è ancor ogg) il Lido dove in quell’anno si esibivano a seno scoperto, le giovanissime sorelle Kessler. Quando poi le vedemmo rimpannucciate e in calzamaglia sulla TV nazionale, misurammo il divario netto con le città italiane e ci sentimmo molto fichi e internazionali.

32.1.- La porta del Metro si apre, non è la nostra fermata penso tra me pigramente, quando un brusco “ma Corrado ..” mi risveglia del tutto e vedo Maria Grazia afferrare il braccio di un borsaiolo la cui mano di velluto, solo ora me ne accorgo, si è introdotta nella mia tasca. La pronta reazione combinata vocale e . . . manuale di mia moglie, al contrario di me ben vigile, fa fallire il borseggio e il volheur, con abile tempismo lascia il metro a mani vuote, mentre le porte si chiudono alle sue spalle. Siamo a Parigi nell’anno del signore 1959 ed io stanco e assonnato, al contrario di Maria Grazia che mi accompagna, sto tornando in albergo dopo una serata trascorsa in uno dei più prestigiosi cabaret parigini, il Lido.

31.1.- Appuntamento a Venezia per due coppie di giovani sposi.  Siamo a Venezia ai primi di settembre dell’anno 1961. Sul piazzale Roma arriva una 600 bianca dalla quale scendono Corrado e Maria Grazia . . .. alcuni gondolieri si avvicinano pigramente offrendo i loro servigi. Dove vanno i signori? All’Hotel Bauer, prego (ci eravamo concessi una botta di vita). D’incanto la situazione cambia, al molo appare un elegante motoscafo scoperto , i due vengono quasi di forza caricati, armi e bagagli, e il motoscafo parte veloce tra due baffi di schiuma verso uno dei più prestigiosi hotel veneziani. Costo della corsa cinquemila lire. Ed eccoli vagamente perplessi a meditare sul costo della corsa forse esagerato quando un altro motoscafo arriva davanti all’albergo, ne scendono Gino e Stefania e la cerimonia del passaggio delle cinquemila lire puntualmente si ripete. Abbracci e baci e la comune piccola disavventura monetaria alleggerisce l’atmosfera, mal comune mezzo gaudio. Del resto, Venezia e i suoi splendori ci attendono.
31.2.- Appuntamento a Venezia per due coppie di giovani sposi..Oltre a visitare la città in lungo e in largo, isole comprese, una sera decisi di arricchirci culturalmente. andammo al Teatro La Fenice dove una compagnia inglese shakespeariana rappresentava “The Merchant of Venice”. All’uscita (lo confesso, un po’ provati) ci imbucammo per uno spuntino ristoratore nell’Antico Martini, un vicino prestigioso locale. Eravamo in buona compagnia, sulla pista da ballo, stretti avvinghiati ballavano Jeanne Moreau e Pierre Cardin mentre Don Jaime de Mora y Aragón (il fratello di Fabiola del Belgio) non era da meno con le sue numerose partner. Per un breve momento ci sentimmo membri di quello che almeno una volta veniva chiamato jet set internazionale. (i personaggi citati erano a quel tempo famosi, cfr Google)). (l’appuntamento a Venezia NON fu esemplificativo del nostro futuro stile di vita)

26.- Corrado a Londra si toglie una piccola soddisfazione. Nell’autunno del 1962 avendo vinto una borsa di studio ero a Londra per quello che oggi chiameremmo uno Stage, presso un prestigioso reparto gastroenterologico. Fui accolto con la gentilezza standard dai colleghi inglesi e cominciai a seguire i pazienti assieme a loro intervenendo quando mi pareva opportuno e cercando di superare le difficoltà della lingua. In realtà non mi sentivo inserito, ma piuttosto un ospite in visita temporanea. Questo fino a quando una mattina li sentii rammaricarsi dato che in un paziente in cui era necessario il sondaggio duodenale questo non riusciva ed il sondino restava nello stomaco come era chiaro dall’immagine radiologica che vedevamo. Io mi feci timidamente avanti offrendomi (may I …) di provare a posizionare il sondino cosa che mi riuscì senza particolare difficolta sotto i loro occhi. Non raccolsi complimenti espliciti ma da quel momento fui inserito nel gruppo e considerato uno di loro. In fondo una manovra banale mi aveva fatto riconoscere come persona esperta che sapeva dove mettere le

17.- Nel dicembre 1962 mi trovavo a Londra per uno stage (diremmo oggi), l’avevo raggiunta in treno (una scelta allora meno anomala di quanto apparirebbe oggi). Mi era compagna di lavoro ML, una collega che per raggiungere Londra aveva fatto una scelta anomala se non proprio bizzarra, affrontando il viaggio da Roma in macchina con la sua Fiat 500. Con questa ci muovevamo spesso per la vie della città suscitando la curiosità dei londinesi che ci si radunavano attorno per vedere quella insolita “tiny car”. In quei giorni Londra era stata avvolta da una fitta coltre di nebbia densa e maleodorante: lo smog. E appunto in un pomeriggio nebbioso ci recammo con la nostra macchinetta ad un incontro scientifico ospedaliero. Nel salutarci al termine della riunione sentimmo alcuni colleghi inglesi che con voce preoccupata parlavano di un allarme che nella notte ci sarebbe stato nelle corsie. Non ci mettemmo molto a capire che il fenomeno delle smog si era quella sera intensificato e avrebbe messo a rischio la vita di parecchi dei pazienti predisposti. Ma i nostri problemi erano altri, dovevamo in qualche modo tornare a casa in condizioni di visibilità per lo meno precarie. Che fare ?(continua)
17bis.- Dopo esserci consultati tra noi e con i colleghi inglesi (dai quali fu impossibile ricavare un consiglio netto e preciso) decidemmo di affrontare lo stesso lo spostamento in macchina. Scelta sbagliata. Lo smog aveva creato un’inimmaginabile fitta coltre che non permetteva di vedere al di là del proprio naso. Dopo pochi metri fui costretto ad uscire dalla macchina e farle strada precedendola di pochi passi. Ci accorgemmo presto che in questo modo non saremmo andati lontano. Eravamo sperduti nella nebbia nelle vie di Londra, se non spaventati, seccati e incerti sul come cavarcela. La fortuna, o se volete il caso, ci aiutarono. La mia compagna si ricordò ad un tratto che eravamo capitati nei pressi dell’officina londinese della Fiat da lei frequentata per mettere a punto la macchina. Pur con una certa fatica riuscimmo a raggiungerla e fummo subito rasserenati dall’accoglienza gentile, se non festosa del personale italiano. Lasciata lì la vettura in parcheggio fummo guidati ad una vicina stazione della metropolitana che ci consentì di tornare a casa sani e salvi.

18.- Dopo qualche incertezza pubblico. Storia di una foto.
La foto che vedete è stata scattata a Ortisei la sera del primo settembre 1963, giorno in cui Chiara compiva il suo primo anno di vita. Allora non c’erano le fotocamere digitali e la ripresa fu fatta con una macchinetta da pochi soldi su pellicola per stampa a colori. Quella sera eravamo soli ed allora con pazienza e con quel poco di abilità che avevo, preparai l’inquadratura, predisposi l’autoscatto e premuto il pulsante corsi a mettermi in posa. La mattina dopo portai la pellicola a sviluppare e stampare. Ma dopo quel giorno Chiara stette di nuovo poco bene e noi avemmo altro per la testa che andare a ritirarle. Un anno dopo trovandomi di nuovo a Ortisei passai dal fotografo sicuro che di non trovarle più, ma scordavo la precisione della gente del posto. Non solo mi furono consegnate le stampe come se le avessi portate lì il giorno prima, ma mi furono fatti anche i complimenti per la bella bambina. Nella foto ci siamo io e MG che guardiamo Chiara che tira fuori un timido sorriso davanti alla torta con il numero degli anni e la candelina di prassi. Se si guarda con attenzione si nota un particolare che può sfuggire, ma che é assai eloquente, le mani mie e di MG aiutano Chiara a stare seduta cosa che in quei giorni non aveva ancora la forza di fare. Era uscita solo da pochi giorni dall’ospedale dopo due interventi chirurgici e una convalescenza difficile se non drammatica. Per due volte la si dovette trasfondere e io fui il donatore dato che i nostri gruppi sanguigni erano entrambi B negativi. Ne fui orgoglioso e non avrei mai pensato che questo atto era destinato a condizionare la vita di mia figlia.

Negli ultimi anni sessanta fui incaricato di dirigere un reparto di degenza del Policlinico Gemelli (quello di radioterapia) con più di trenta pazienti dei due sessi. Lasciando da parte gli aspetti medico-sanitari ne ricordo alcuni di tutt’altra e “lieve” natura.
19.- Vino in corsia. Come era possibile che il signore del letto 19, o più sbrigativamente come si usava dire allora il 19, fosse sempre mezzo se non del tutto ubriaco ? Gli era stato tolto il vino ai pasti, ai suoi compagni di stanza e infine a tutto il reparto era stato proibito di passargli il loro. Il suo armadietto e il suo comodino erano ispezionati più volte al giorno. I suoi parenti che venivano in visita (pochi) non si sognavano di portargli alcolici. E ciò nonostante lui continuava a straparlare e a litigare con i compagni di reparto quando non era sul suo letto profondamente addormentato. Prendemmo la cosa come una sfida e decidemmo che il 19 fosse seguito in ogni suo spostamento. La perseveranza doveva fornirci una spiegazione del modo ingegnoso con cui il 19 si procurava da bere. Ci accorgemmo che il nostro avvinazzato paziente era solito all’apertura dell’orario sistemarsi accanto alla porta d’ingresso dei visitatori. Poi individuata a colpo d’occhio la persona che gli pareva più adatta, le si avvicinava e con aria compunta chiedeva il favore di comprargli al vicino bar una bottiglia di vino. Non tutti ci cascavano, ma quasi sempre un qualche parente si commuoveva e finiva per fargli la commissione.
19bis.- Amore in corsia. Personale e medici si erano accorti da tempo che tra due pazienti, lui secco e mingherlino e lei corpulenta e massiccia, c’era qualcosa di più di quell’amicizia che in genere si instaura tra pazienti dello stesso reparto. I due erano sempre uno accanto all’altro, conversavano fitto tra loro e inoltre ogni tanto sparivano entrambi senza che si riuscisse a capire dove andavano per tornare con un sorriso di soddisfazione stampato in viso fin troppo eloquente. Come facevano a sparire e dove andavano a rifugiarsi per scambiarsi le loro tenerezze ?

La risposta emerse da una serie di circostanze delle quali la prima fu l’avvistamento di lui che impadronitosi della carrozzina di reparto vi caricava la sua bella per poi in piena velocità sparire lungo i corridoi del reparto. Si scoprì che la meta del viaggio era uno dei tanti ascensori del Gemelli del quale diventavano gli unici occupanti. Ciò fatto premevano un tasto qualsiasi per poi a un tratto bloccare tra due piani l’ascensore che automaticamente si trasformava in un, per quanto scomodo nido d’amore.

20.- Il professore va al Congresso. Premessa.- Nella mia carriera universitaria ho partecipato a un bel numero di Congressi Scientifici, un impegno obbligatorio per ogni professionista e/o studioso che voglia rimanere aggiornato nella propria disciplina. Le riunioni congressuali costituiscono un’occasione d’incontro per persone provenienti da luoghi e ambienti diversi, opportunità preziosa per gli scambi culturali, inoltre In questo ambiente, costruito e transitorio, si instaurano rapporti di ogni tipo, dalla simpatia all’amicizia non esclusa l’attrazione fisica reciproca che può portare al ritrovarsi a letto assieme per relazioni che sono in genere fugaci e senza seguito. E in proposto mi accadde che . . .(continua)
Nello scrivere le righe che seguono mi sono attenuto alla semplice descrizione dei fatti senza commenti e considerazioni che, facili in questo caso, lascio a chi mi legge.

20bis.- Il professore va al Congresso.. . . ad una delle abituali cene che seguono le giornate congressuali mi trovai seduto accanto ad una piacente signora sulla trentina appartenente allo staff di una delle ditte espositrici.. Si stabilì tra noi, come con gli altri commensali un clima di simpatica allegria. Volarono battute, si raccontarono storielle, non si esagerò nel mangiare né nel bere.   A fine cena, al momento del commiato la mia vicina con aria tranquilla e naturale mi mostra, con il numero ben in evidenza, la chiave della sua stanza d’albergo, albergo dove entrambi eravamo alloggiati.   Rimasi sorpreso e non ebbi la prontezza di aprire bocca. Non ci stetti a pensar troppo su, ero stanco dopo una giornata di lavoro e avevo l’intenzione di passare una notte di riposo nel mio letto e non in quello di una pur simpatica sconosciuta. La mattina seguente entrando nella sala della prima colazione vispo e riposato, fui avvolto e incenerito dallo sguardo della signora che si era scelto un posto di osservazione strategico di fronte all’ingresso della sala. Io tirai dritto non senza un cenno di saluto e l’episodio non ebbe seguito ma è rimasto impresso nella mia mente, non so se come un’occasione perduta o una saggia scelta. Con questo raccontino pseudo licenzioso ne chiudo la serie, almeno per il 2015. Spero che nessuno creda che mi sia preso troppo sul serio. Ringrazio tutti quelli che mi hanno letto e Buon Anno.

21.- Sorprese . . . universitarie. Ci fu’ un altro episodio nella mia vita congressuale dai risvolti boccacceschi. Rientrando nella mia stanza d’albergo dopo una seduta congressuale trovai il mio letto occupato da una giovane donna su di esso comodamente sdraiata, completamente nuda. Non tardai molto a riconoscere in lei una delle specializzande della locale Scuola Radiologica, note per la loro simpatica disinvoltura. Con poche paterne parole invitai la collega a rivestirsi per poi congedarla in modo garbato. Uno scherzo goliardico di sfacciata provocazione più che un’espressione di rilassatezza dei costumi. In definitiva si trattava di un tranello e ciò fu chiaro quando mi accorsi che nel corridoio antistante la mia camera si accalcava un gruppetto di curiosi in attesa di conoscere l’esito della sorpresa. Evidentemente ero stato considerato un soggetto adatto a questa prova. Mi domando ancor oggi come me la sono cavata e se avessi alternative. . . .

22.- Una brutta avventura. Quella volta che dovetti chiamare AIUTO. Sera di dicembre 1990 a Chieti, la neve viene giù sempre più fitta mentre io lasciato l’ospedale arranco sulla strada verso casa. Da bravo pendolare il giorno dopo sarei dovuto tornare a Roma e mi innervosisce pensare di trovare la neve in autostrada. Un attimo, il piede sinistro scivola sul bordo di un marciapiede arrotondato dall’usura ed io mi ritrovo a terra dolorante, la gamba sinistra che ciondola inerte. E’ buio, la strada deserta ed ci metto poco a capire che l’unica risorsa che ho per non rimanere lì assiderato é quella scontata e tradizionale cioè cercare di attrarre l’attenzione di qualcuno chiamando aiuto. E cosi faccio più volte riprendendo fiato da un’invocazione e l’altra. Non so quanto tempo passò prima che dal buio uscisse una figura umana. Il proprietario di un negozietto lì vicino mentre chiudeva le serrande   aveva udito il mio richiamo. L’ospedale era a poche centinaia di metri e forse per questo nessuno si preoccupò di chiamare un’ambulanza. Fu una donnetta minuta che al lento avvicinarsi sotto la neve di una macchina si gettò in mezzo alla strada per fermarla. Era un veicolo militare sul quale fui caricato e portato al Pronto Soccorso dove una radiografia eseguita al volo dimostrò la prevedibile frattura del collo del femore sinistro.(segue)

22.- (segue) Faccio un salto nel tempo di una quindicina di anni in avanti e siamo nell’aprile del 2015 quando questa volta nel più banale dei modi scivolo nel bagno di casa rompendomi il femore dell’altro lato, il destro. Dopo meno di quarantotto ore (grazie per sempre Emilio) ho un’anca nuova e posso mettere di nuovo i piedi a terra Dopo pochi giorni eccomi a casa e dopo un mese o due la frattura é solo un antipatico ricordo.
(segue)
Ben diversamente erano andate le cose in quel lontano dicembre del 1990. Mentre ero ancora sul lettino radiologico del PS di Chieti decisi che di volermi curare a Roma al Policlinico Gemelli che fino a poco tempo prima era stato il mio luogo di lavoro. E così dopo una notte infame li arrivai a bordo di un’ambulanza avendo accanto il mio collega ed amico LB. A lui debbo molto dato che informato del mio incidente mi raggiunse in ospedale, la notte mi rimase accanto e viaggiò con me in ambulanza, Al Gemelli si discusse sul come agire c’era chi proponeva la protesi d’anca che allora stava entrando di comune impiego o chi invece suggeriva di ridurre la frattura e fermarla con alcune viti metalliche come fu fatto con successo, anche se ciò comporto lo stare a letto per un lungo periodo nell’attesa che si formasse un valido callo osseo. I mesi del letto furono tre ed io mi rimisi in piedi e mossi di nuovo qualche passo con difficoltà e sofferenza. Mi furono di grande aiuto < Lavinio, durante l’estate, le passeggiate in riva al mare e i bagni nella piscina di mio cugino.

14.- Dal 1987, dopo 23 anni di Gemelli, son chiamato dall’Università di Chieti a ricoprire il ruolo di professore ordinario. Non volendo abbandonare del tutto la famiglia, divento un pendolare. La linea ferroviaria è rimasta quella di 50 anni fa, quindi si va in auto sulla A25, un autostrada di montagna che tocca i mille metri e sulla quale d’inverno spesso nevica. Nei brutti giorni d’inverno, prima di mettersi in viaggio è prudente informarsi sulle condizioni del tempo in autostrada e così faccio io quel giovedì mattina di dicembre. Nonostante tali previsioni non fossero del tutto tranquillizzanti, decido lo stesso di partire, fiducioso nelle mie gomme termiche e nelle catene da neve appena comprate e riposte nel bagagliaio. Dopo pochi chilometri ecco la neve che mi rallenta, ma permette ancora di proseguire anche se lentamente. All’altezza di Pratola Peligna in pochi minuti la nevicata si trasforma in una tormenta di neve che viene giù a raffiche . Impossibile proseguire ed inutile il tentativo di montare le catene. Mi accorgo di esser stato imprudente e di trovami ora in serie difficoltà con la prospettiva di rimanere ore in macchina in attesa di un improbabile miglioramento del tempo o dei soccorsi. Nel, frattempo . . .(segue)
Segue il 14.-.. . . poche macchine con catene continuano a procedere ma con gran difficoltà, tra queste ne noto una di media cilindrata con il solo guidatore a bordo che sembra procedere con più sicurezza delle altre . La mia decisione è fulminea. Porto la macchina fuori strada sulla corsia di emergenza a sfiorare il guard rail ed eccomi fuori nella tempesta. Mi faccio sotto alla vettura appena individuata, in quel momento quasi ferma, apro lo sportello e mi siedo accanto allo sbalordito conducente annunziando che da quel momento mi consideravo suo ospite. Non c’è tempo per spiegazioni dato che la Polizia Stradale chiude al transito l’autostrada obbbligando noi e le altre poche macchine ad invertire la marcia, attraverso uno dei passaggi del guard rail e a dirigersi di nuovo verso Chieti. Mentre ci avviamo con sempre più facilità sulla via del ritorno, troviamo modo di presentarci e di spiegarci. Il caso vuole che mi trovi in compagnia di un ufficiale giudiziario che si dirigeva ad operare non so quale sequestro in uno dei paesi vicini. Mi rendo conto che ora è lui a essere in difficoltà dato che deve affrontare una notte fuori casa e in tasca non deve avere più di quattro spiccioli.Mi  viene un’idea e . . .(segue ancora)
Ultima parte del 14.-. . . . e mi rendo conto che debbo ricambiare la sua ospitalità. Una volta a Chieti lo porto a casa mia dove ci riposiamo un momento per poi passare il pomeriggio al cinema (davano Danko un film con Schvarzenegger nella parte di un poliziotto sovietico). Usciti dal cinema porto quello che è ormai un mio amico al buon ristorante Venturini (allora il migliore di Chieti) dove ci gustiamo il suo ottimo risotto mantecato. Poi a casa dove possiamo finalmente coricarci ognuno nel suo comodo lettino dato che la mia stanza ne ospita due. Intanto il programma per il giorno dopo si è definito. La mattina troviamo l’autostrada di nuovo aperta dato che nella notte gli spazzaneve hanno fatto il loro dovere. Mi domando che ne é della mia macchina e presto la scopriamo sul bordo della strada lì dove l’avevo abbandonata, ricoperta da un cumulo di neve scaricatele addosso dal passaggio degli spazzaneve. L’iniziativa è tornata nella mani dell’ufficiale giudiziario. Andiamo a casa sua ad Avezzano dove la moglie debitamente avvertita ci offre un pranzetto del quale ricordo gli ottimi ravioli al sugo. Poi, muniti di pale torniamo in autostrada a liberare dalla neve, non senza fatica, la mia macchina. Così avviene e sono le quattro del pomeriggio quando risalito in macchina e avviato con facilità il motore della mia Alfa 90, mi ridirigo finalamente verso Roma dove i miei famigliari sono ansiosi di conoscere i particolari della mia disavventura. Arrivati questi a conoscenza dei colleghi passeranno di bocca in boccai, suscitando sorrisetti e qualche commento salace. E pensare che io ero convinto di essermi comportato da eroe.

16.- Corrado e le sue auto.  Nel corso della mia lunga vita (anche) di automobilista ho guidato dal 1949 al 2006 undici macchine diverse, due 600, una millecento, una 125 (tutte Fiat), tre Alfette, due Alfettone 90, una 75 twin spark ed infine l’Alfa 155. Ho cambiato auto ogni 5 anni quando il contachilometri era vicino o aveva appena superato i 100mila. Nessuna di queste macchine mi ha creato seri problemi meccanici né mi ha lasciato per strada se non per qualche foratura (neve a parte). Ci sono state però altre macchine che non mi sono appartenute, ma che ricordo come fossero state mie. Si tratta di due macchine di un’altra epoca, entrambe uscite prima della guerra. Se l’Alfa 155 è stata l’ultima macchina che ho guidato, la Fiat Balilla fu la prima. Infatti le mie prime faticose esperienze al volante le ho fatte su di una Balilla a tre marce, un’auto che oggi considereremmo primitiva, la retromarcia al posto dove oggi c’è la prima, i pedali duri come del resto il volante. Il mio istruttore era un tipo anziano e rozzo al quale fui subito antipatico. Mi riprendeva di continuo e si era convinto che i miei occhiali fossero l’inequivocabile segno di vista difettosa. La mia esperienza fu quindi limitata, ma doveva continuare e farsi davvero utile e concreta con un’altra macchina.(continua)
16bis. – La Fiat 1500 è stata la mia prima vera macchina pur se non mia di proprietà. Si trattava di una berlina anteguerra con qualche pretesa di eleganza per l’epoca e un motore a sei cilindri di 1500 cc. Nel lontano 1949 l’ufficio di mio padre decise di dar via quella vetusta macchina ed in modo per me inaspettato mio padre me la affidò per darmi forse un’opportunità in più di far pratica di guida. Con quella vettura, appena munito di patente, potei scorrazzare per tutta Roma, allora attraversabile da un capo all’altro in pochi minuti e ne esplorai i dintorni fino a affrontare il viaggio per l’Aquila, percorrendo la Salaria e la Strada 17 dell’Appennino Abruzzese. Non proprio una passeggiata rispetto all’ora di viaggio autostradale di oggi. La macchina fu la vera scuola guida per me come più tardi doveva esserlo per MG. E per noi fu persino galeotta dato che ci vide scambiare sui suoi sedili le prime timide parole d’amore. Un particolare, lì per lì seccante finì per farmi affezionare ancor più a quella macchina. Per un certo periodo fui costretto ad avviare il motore a manovella, cosa oggi inimmaginabile, ma allora possibile in molte macchine.
continua)
16ter.- A bordo di quella vettura in una calda serata aquilana annoiato dalla routine e animato da spirito trasgressivo entrai letteralmente sotto i portici del Corso   percorrendoli trionfalmente in macchina per un lungo tratto. Nessuno mi fermò e pensai di averla fatta franca. Il giorno dopo mia zia mi comunicò che la mia prodezza non era sfuggita ai vigili comunali che per rispetto verso di lei e conoscendomi come suo nipote   avevano chiuso un occhio. Cosa che non avrebbero fatto se mi avessero ripescato un’altra volta a fare questa o simili prodezze.